Una donna lavora al suo tavolo in una fabbrica di orologi in Svizzera. Si chiama Agota Kristof, è un’esule e scrive in una lingua che non ha scelto, estranea e ostile, imposta dalle circostanze. Eppure, proprio tra il rumore delle macchine e il ritmo regolare della produzione, trova lo spazio per comporre poesie: i versi seguono il ticchettio degli orologi, mentre un foglio e una matita nascosti nel cassetto raccolgono i pensieri appena prendono forma. In fabbrica parlare è quasi impossibile, così le conversazioni si consumano nelle toilette, durante una sigaretta fumata in fretta. È lì che la donna prova a raccontare la propria storia, fatta di esilio, sradicamento e atrocità, cercando le parole per dire qualcosa di sé.
Ma raccontarsi significa anche inventarsi delle maschere. La donna diventa allora, per brevi istanti, i personaggi dei suoi romanzi: Lucas, Claus, Sandor, Line. La narrazione si muove tra ricordi d’infanzia, sogni e frammenti di vita, per poi tornare sempre alla fabbrica, al rumore delle macchine e al presente che reclama il suo posto. La lingua in cui scrive e pensa non le appartiene davvero: è quella del caso e delle circostanze, una lingua da conquistare senza avere avuto il tempo di impararla. Da questa condizione nasce una sfida radicale, in cui la scrittura diventa insieme necessità, resistenza e possibilità di esistere. È la sfida di un’analfabeta: una donna che, pur sentendosi straniera nella lingua, trova nelle parole il modo di raccontare ciò che altrimenti resterebbe indicibile.





