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Viviamo in una Baraonda, un mondo in cui l’abuso di potere si manifesta senza più nascondersi, tra violenza ostentata, volgarità e un flusso incessante di immagini, notizie, commenti, meme ed emoji. Tutto sembra esposto alla luce del sole, eppure la realtà assume sempre più i contorni di un inganno orchestrato. Liberamente ispirato a Ubu Cocu di Alfred Jarry, lo spettacolo mette in scena il presidente Ubu e lo scienziato Achras, due figure che osservano attraverso una teca le vittime innocenti del proprio gioco di potere. Apparentemente uomini, nella sostanza maschere di un’autorità che controlla, manipola e trasforma la brutalità in normalità.

La teca, elemento centrale della scena, è insieme spazio espositivo e dispositivo di controllo, capace di coinvolgere anche il pubblico in un meccanismo di osservazione e sorveglianza. In questo paesaggio inquietante, la violenza sembra non lasciare tracce, ma continua a riprodursi sotto la superficie, diventando parte del quotidiano. La drammaturgia e la regia del Gruppo UROR, con la traduzione e l’adattamento di Francesca Garolla, costruiscono una riflessione sul potere contemporaneo e sui suoi dispositivi, tra grottesco e inquietudine. Resta una domanda, tanto semplice quanto difficile da eludere: è ancora possibile salvare l’innocenza da un sistema che ha imparato a rendere la brutalità quasi invisibile?

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