Nel 1967 Einaudi pubblica in Italia Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, scrittore russo morto nel 1940 e fino ad allora quasi sconosciuto al pubblico italiano. Eugenio Montale saluta il romanzo come un «miracolo». Un anno dopo, i Rolling Stones pubblicano Sympathy for the Devil, scritta da Mick Jagger dopo aver letto il libro. Al centro della storia c’è Woland, il diavolo che arriva a Mosca accompagnato da una compagnia altrettanto surreale e che, attraverso il suo incontro con Levi Matteo, mette in discussione il rapporto tra bene e male, luce e ombra.
Bulgakov, nato a Kiev, aveva conosciuto direttamente la censura sovietica. Nel 1930 scrive al Soviet Supremo denunciando le centinaia di recensioni ostili ricevute dalla stampa sovietica durante la sua carriera. Il romanzo diventa così anche una riflessione sul rapporto tra arte e potere, libertà e censura, oltre che sulla giustizia e sulla natura umana. Un’opera complessa e ancora sorprendentemente attuale, capace di raccontare attraverso il fantastico alcune delle contraddizioni più profonde dell’uomo.
Dopo Delitto e castigo, Paolo Nori porta Il maestro e Margherita sul palcoscenico in un racconto di 90 minuti. Un viaggio dentro uno dei grandi classici della letteratura russa del Novecento, tra Mosca, Gerusalemme, il diavolo e una domanda che attraversa l’intero romanzo: che cosa sarebbe il bene senza il male e cosa rimarrebbe della luce senza le ombre?





