In Una notte sbagliata, Marco Baliani costruisce un monologo serrato che prende avvio da un episodio di violenza in una periferia marginale: un uomo che porta fuori il cane si trova immerso nell’assurdo. Non è semplice cronaca, ma un’indagine nelle pieghe nascoste della psiche, nelle pulsioni e nelle zone indicibili dell’essere umano. La parola scenica si frantuma e si ricompone in un “mosaico psichico” che sposta continuamente il centro del racconto, costringendo lo spettatore a un coinvolgimento emotivo e morale.
Dopo Trincea, Baliani prosegue il suo percorso di teatro di post-narrazione intrecciando la vicenda di un pestaggio insensato – perpetrato da presunti difensori dell’ordine – con elementi autobiografici e una riflessione artistica sulla banalità del male. Il filo della cronaca si spezza per moltiplicare i punti di vista e interrogare temi come la perdita di sacralità della vita, l’accanimento contro la diversità e la ricerca di un capro espiatorio. Un lavoro che non offre soluzioni, ma pone una domanda netta: da che parte si sceglie di stare.





