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Gli anni Venti del Novecento si aprono all’insegna delle contraddizioni: l’Italia esce dalla Grande Guerra tra promesse disattese, miseria e progresso, lotte soffocate e nuove speranze. Anche Firenze vive questa stagione di slanci e frenate, cercando di superare una fase di stallo economico e produttivo in cui i vecchi modelli mostrano ormai tutti i loro limiti. È in questo clima che prende forma il tentativo di trasformare la città in un centro di produzione cinematografica, capace di competere con un mercato sempre più dominato dalle pellicole straniere, soprattutto americane. Un’ambizione tutt’altro che modesta, considerata la concorrenza e la difficoltà del cinema italiano di rinnovare linguaggi, produzioni e interpreti.

Nel 1921, nel quartiere fiorentino di Rifredi, sorgono veri e propri studios cinematografici, tra i primi in Italia, estesi su circa 64.000 metri quadrati. Qui viene realizzato Dante nella vita e nei tempi suoi, diretto da Domenico Gaido per il sesto centenario della morte del poeta: un kolossal dell’epoca, con oltre 2.000 costumi e ricostruzioni di ambienti della Firenze medievale. La cosiddetta piccola Hollywood fiorentina si rivela però presto un progetto troppo oneroso, complici gli alti costi di produzione e le difficoltà nel distribuire i film all’estero. Dopo l’esperienza di Gaido, gli studi vengono concessi in affitto per girare Romola (1924), dramma storico ambientato nel Rinascimento. Ma l’avventura cinematografica di Rifredi ha ormai il destino segnato: nel 1930 gli stabilimenti chiudono definitivamente, lasciando il ricordo di un’ambizione industriale che aveva provato a portare Firenze sul grande schermo, senza riuscire a garantirsi un lieto fine.

 

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