Con “L’ultimo fotografo”, la mostra dedicata a Giovanni Savino racconta il percorso umano e artistico di un autore che ha attraversato il mondo e i suoi cambiamenti più radicali mantenendo intatto un approccio profondamente artigianale alla fotografia. Nato a Pistoia e formatosi tra Inghilterra, New York e i Caraibi, Savino ha lavorato nel cinema, nella televisione e nel documentario, collaborando per anni con la CBS e con il celebre programma 60 Minutes, testimoniando eventi storici e incontrando figure centrali del nostro tempo, da Gorbaciov a Clinton. Una traiettoria internazionale che lo ha portato ovunque, salvo forse nei luoghi della fotografia veloce e compulsiva.
Oggi, tornato in Italia e stabilitosi a Pitigliano, Savino ha riscoperto la dimensione più intima del ritratto, portando avanti una pratica che rivendica lentezza, relazione e imperfezione. Per lui fotografare significa prima di tutto incontrare: un’immagine nasce nell’alchimia irripetibile tra chi guarda e chi viene guardato. È da questa filosofia che nasce la serie più significativa della mostra, i celebri ritratti a occhi chiusi, immagini sospese che sembrano catturare non tanto l’aspetto esteriore quanto il paesaggio invisibile di pensieri, sogni e memorie.
L’esposizione si articola in un percorso di grandi fotografie in bianco e nero, dove convivono ritratti, scene di convivialità e visioni più intime. Particolarmente intensa è la sezione Eyes Closed, che concentra lo sguardo su volti sottratti alla centralità dello sguardo stesso, quasi a suggerire che l’identità si riveli meglio nel momento in cui smette di mostrarsi. A chiudere il percorso, una selezione di miniature e due soli ritratti a colori, come eccezioni che confermano una poetica profondamente legata alla materia fotografica tradizionale: pellicola, camera oscura, macchine di legno, otturatori pneumatici. In un’epoca in cui tutto corre per essere visto subito, Savino sceglie di essere “l’ultimo” — e forse proprio per questo riesce ancora a guardare davvero.





