A oltre vent’anni dalla vittoria del Premio Ubu per la miglior regia, Cinema Cielo continua a tornare in scena come uno degli spettacoli cult di Danio Manfredini, autore, attore e regista capace di osservare le zone più marginali dell’esperienza umana con uno sguardo insieme poetico e spietato. Al centro c’è l’omonima sala a luci rosse di Milano, oggi chiusa, un luogo appartato in cui si incrociano solitudini, desideri e vite in cerca di qualcosa che non sempre sanno nominare. Ispirato anche al romanzo Notre-Dame-des-Fleurs di Jean Genet, lo spettacolo ricostruisce un piccolo universo umano in cui il sesso è bisogno, evasione, merce, ricerca di compagnia e, talvolta, ostinato fantasma d’amore.
La scena si trasforma in una sala cinematografica osservata da vicino, quasi spiata dallo sguardo dello spettatore, che assiste al passaggio dei suoi frequentatori e ne intercetta gesti, fragilità e desideri. Ne emerge un ritratto poetico e carnevalesco di un’umanità lontana da ogni idealizzazione, ma proprio per questo profondamente riconoscibile. Manfredini non cerca facili assoluzioni né giudizi morali: lascia affiorare la complessità di esistenze in cui il bisogno di contatto convive con l’isolamento e il desiderio si confonde con l’illusione. In Cinema Cielo, anche un luogo destinato a scomparire diventa così uno spazio teatrale in cui osservare, senza filtri, le contraddizioni e la malinconica vitalità dell’essere umano.





