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Con Bros, Romeo Castellucci porta in scena una riflessione cruda e radicale sul rapporto tra obbedienza, coscienza e responsabilità. Il lavoro si costruisce attorno a un gruppo di uomini in divisa, anonimi e intercambiabili, che ricevono comandi tramite auricolari e li eseguono senza comprenderne la ragione. L’azione teatrale diventa così un’esplorazione della sospensione del giudizio individuale e dell’alienazione che ne deriva: l’obbedienza cieca come atto teatrale e come metafora politica.

I protagonisti non sono attori professionisti, ma individui che accettano un patto performativo, vincolante e spiazzante. Non vi è prova, né costruzione del personaggio: c’è solo l’attuazione in tempo reale di ordini impartiti. Il risultato è un flusso scenico dove la comicità involontaria dei gesti maldestri si mescola all’angoscia di un’umanità ridotta a ingranaggio. L’azione si svolge in un presente assoluto, in cui il senso si è già dissolto, lasciando spazio a un teatro di pura esecuzione.

Concepito come un’esperienza totale, lo spettacolo rientra a pieno titolo nella poetica di Castellucci, noto per un teatro che combina linguaggi visivi, sonori e spaziali in una forma d’arte complessa, che sfida lo spettatore sul piano percettivo ed etico. Bros non racconta una storia, ma costruisce un dispositivo scenico che interroga lo spettatore sul senso dell’agire e sulla fragilità della volontà umana.

 

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