Davide Enia affronta il tema di Cosa Nostra costruendo una narrazione che intreccia biografia personale e memoria collettiva. A partire dalla cronaca degli anni Ottanta e dalle stragi del 1992, l’autore non cerca una definizione astratta della mafia, ma un confronto diretto e interiore: comprendere la sua presenza dentro di sé e nella propria comunità. Il racconto diventa così un autoritratto che attraversa paure, rimozioni e silenzi condivisi.
Attraverso gli strumenti del teatro palermitano – il cunto, il dialetto, la centralità del corpo e della parola – Enia esplora la nevrosi di una città che ha spesso minimizzato o mitizzato la criminalità organizzata senza guardarla nella sua realtà più nuda. In scena emergono cadaveri, esplosioni, incontri quotidiani con la violenza, in una riflessione che assume i toni della tragedia civile e dell’esame di coscienza. Il teatro si fa spazio di interrogazione linguistica e morale, capace di nominare il male senza ridurlo a spettacolo.





