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Luigi Pirandello è un autore che trova nella guerra, più che nei tempi di pace, le condizioni per essere compreso fino in fondo. Quando la realtà si fa convulsa e l’identità perde ogni certezza, il teatro pirandelliano rivela tutta la sua forza: l’io si disgrega, le individualità si moltiplicano e il confine tra ciò che siamo e ciò che sembriamo diventa una questione tutt’altro che astratta. Nei momenti in cui il mondo sembra impazzire, i suoi personaggi non si rifugiano nelle teorie, ma affrontano sulla propria pelle il peso delle contraddizioni, delle passioni e delle maschere che indossano.

A mettere in guardia dalle interpretazioni troppo rigide è anche Leonardo Sciascia, che invita a liberare Pirandello dalle incrostazioni filosofiche e dalle etichette del cosiddetto pirandellismo. Ridurre la sua opera a formule come “essere è apparire” o “conflitto tra vita e forma” rischia infatti di mettere in secondo piano ciò che rende il suo teatro così vivo: uomini e donne costretti a frugarsi dentro, travolti da conflitti che nessuna spiegazione definitiva può mettere a tacere. Più che cercare una formula per decifrarlo, occorre restituire ai suoi testi la libertà, la verità e l’effervescenza fantastica che li attraversano. Perché inchiodare Pirandello a un sistema di pensiero significa rischiare di perdere proprio il teatro: quello in cui le idee smettono di essere definizioni e diventano carne, azione e passione.

È Silvio Orlando a guidare il cast in questo viaggio nel teatro pirandelliano, affiancato da un gruppo di interpreti che dà corpo alle contraddizioni e alle passioni dei personaggi: Francesca Botti (Fana), Michele Eburnea/Davide Cirri (Fifì), Francesca Farcomeni (Saracena), Davide Lorino (Alfio Spanò), Annabella Marotta (Nina), Stefania Medri (Beatrice) e Marta Nuti (Assunta). Un ensemble chiamato a restituire la complessità umana che si nasconde dietro le maschere, là dove le certezze si incrinano e le definizioni non bastano più.

 

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