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I tre quartetti dell’op. 18 di Ludwig van Beethoven rappresentano il suo primo, decisivo confronto con una forma che aveva già trovato in Haydn e Mozart modelli difficili da ignorare. Il Quartetto n. 5 in la maggiore e il Quartetto n. 6 in si bemolle maggiore mostrano un equilibrio solo apparente: dietro la chiarezza formale e la grazia melodica si intravede già una tensione espressiva che scardina, con discrezione ma decisione, le convenzioni del classicismo. Nel sesto quartetto, in particolare, il movimento finale “La malinconia” introduce un’atmosfera sospesa e inquieta, quasi un anticipo delle future inquietudini beethoveniane.

A distanza di oltre vent’anni, il Quartetto n. 15 in la minore op. 132 appartiene invece al periodo tardo e racconta un mondo completamente diverso, più frammentato e introspettivo. Qui Beethoven sembra parlare una lingua tutta sua, fatta di contrasti improvvisi e momenti di intensa spiritualità, come nel celebre movimento centrale, il “Canto di ringraziamento” scritto dopo una malattia. L’insieme del programma disegna così un arco evolutivo sorprendente, dal classicismo ancora in dialogo con la tradizione fino a una scrittura che guarda già oltre.

A interpretare questo percorso è un ensemble formato da Anna Göckel e Brandon Garbot ai violini, Noémie Bialobroda alla viola e Daniel Mitnitsky al violoncello, in collaborazione con l’Amici della Musica Firenze. Un programma che, senza effetti spettacolari ma con una certa ostinazione, dimostra come quattro strumenti possano bastare — e avanzare — per attraversare interi universi musicali.

 

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