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Il debutto alla regia di Shih-Ching Tsou, La mia famiglia a Taipei, si distingue per una narrazione sincera e toccante, capace di osservare le complessità del mondo adulto attraverso lo sguardo puro e a tratti magico dell’infanzia. La storia ruota attorno a Shu-fen, una donna che gestisce faticosamente un chiosco di noodle nel vivace mercato notturno di Taipei. Gravata dai debiti lasciati dall’ex marito, la donna deve fare i conti con una quotidianità precaria e con il difficile rapporto con le due figlie: l’irrequieta ventenne I-Ann, che lavora segretamente come betelnut girl, e la piccola I-Jing, di soli cinque anni.

Il film esplora la disintegrazione dell’equilibrio domestico mentre la depressione inizia a logorare la resistenza di Shu-fen. In questo scenario di fragilità economica e affettiva, la piccola I-Jing vaga solitaria per le strade della metropoli, tentando di decodificare con i propri strumenti infantili le dinamiche incomprensibili degli adulti. Le iniziative intraprese dalle due sorelle per aiutare la madre o per trovare il proprio posto nel mondo finiranno però per innescare una serie di conseguenze imprevedibili, mettendo a rischio la stabilità della famiglia. Tsou firma così un’opera sull’invisibilità sociale e sulla resilienza, sorretta da interpretazioni di grande intensità.

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