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Luigi Pirandello torna al centro della scena con Silvio Orlando in un percorso che riporta l’autore siciliano al suo terreno più autentico: non quello degli slogan critici e del “pirandellismo”, ma quello della guerra interiore, del principio di identità che si sfalda, delle maschere feroci e grottesche di un mondo convulso. Il lavoro parte dall’idea che Pirandello non sia scrittore per tempi tranquilli: la sua drammaturgia nasce dove l’io si disintegra, dove i personaggi sono costretti a frugarsi dentro, più che a sostenere tesi filosofiche. Riprendendo le parole di Leonardo Sciascia, lo spettacolo mira a “liberare Pirandello da tutte le incrostazioni filosofiche”, restituendo alla sua opera quella verità inquieta e quell’effervescenza fantastica che la teoria spesso ha messo tra parentesi.

Al centro del percorso c’è Il berretto a sonagli, nato dalla novella La verità e portato in scena per la prima volta nel 1917: una commedia che Pirandello definiva “nata e non fatta”, costruita su un dialogo come azione parlata, fatto di “mosse d’anima” più che di parole. Il personaggio di Ciampa, “strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo”, incarna questa visione: uomo umile, ridicolo e insieme gigantesco, schiacciato dall’infamia sociale, costretto a difendersi con un linguaggio comico e tagliente che, progressivamente, scivola verso una esaltazione lirica capace di portare lo spettatore dal riso all’angoscia. L’allestimento segue questo movimento, tenendo Pirandello lontano dai recinti concettuali e restituendo ai suoi protagonisti quello che hanno di più potente: le passioni, le contraddizioni, la fatica di esistere in un mondo che chiede maschere e, allo stesso tempo, le condanna.

 

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