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In questo allestimento da Harold Pinter, con Giorgio Marchesi e Simonetta Solder, il matrimonio borghese di Sarah e Richard diventa un rituale sospeso tra finzione e realtà: ogni pomeriggio lei riceve il suo amante con la tacita approvazione del marito, in un gioco ambiguo in cui la domanda su chi tradisca chi resta volutamente aperta. Il palcoscenico si presenta inizialmente spoglio, con la scenografia accatastata sul fondo come un magazzino di possibilità non ancora attivate. I due attori entrano in scena con il copione in mano, leggono didascalie, si osservano. Il teatro espone il proprio meccanismo: la finzione è dichiarata, il gioco è a carte scoperte, e proprio per questo si fa ancora più insidioso.

Man mano che la relazione tra Sarah e Richard si incrina sotto il peso di desideri inespressi e ruoli matrimoniali rigidamente assegnati, anche lo spazio scenico si trasforma: gli oggetti dispersi entrano in gioco, componendo via via un ambiente sempre più definito. Ogni elemento che trova il “proprio posto” segna un passo avanti tanto nell’illusione teatrale quanto nel precipitare della dinamica di coppia. Pinter utilizza il linguaggio per mascherare, ferire, difendersi; lo spettacolo ne svela il dispositivo, mostrando il dietro le quinte del matrimonio e del teatro stesso. Come Sarah e Richard ritualizzano il tradimento per dare respiro al loro amore, così la scena diventa il luogo in cui la finzione si rende necessaria per far emergere una verità che, fuori dal palco, forse non si avrebbe il coraggio di guardare.

 

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