Riccardo III di William Shakespeare, interpretato da Vinicio Marchioni, affronta il tema del male spogliandolo dal suo “alibi di deformità”. Niente gobbe o corpi mostruosi: il male è presentato come vita, natura, divinità, qualcosa che agisce attraverso il fascino e la seduzione più che tramite la disarmonia fisica. Il lavoro interroga la tradizione – dal fool deformato alla gobba come segno grottesco e propiziatorio – e la mette in tensione con il presente, dove il politically correct arriva talvolta a rimuovere Riccardo III dai cartelloni per timore di offendere chi convive con una disabilità. Ne nasce una riflessione sul rischio di una censura che decontestualizza i classici dal loro tempo, trasformando la sensibilità contemporanea in filtro unico di lettura.
Il centro della messinscena è la forza della parola: parola che seduce, devia, tradisce, proprio come nel mito del serpente nel giardino dell’Eden. Qui il male abita una bellezza opulenta e ingannatrice, fatta di relazioni pericolose e giochi di seduzione continui. La battaglia di Riccardo non è solo per la corona, ma per la sottomissione del femminile, fino a quando sarà proprio il femminile – con la regina madre e la sua maledizione – a rovesciare i rapporti di forza. La traduzione di Federico Bellini lavora su ritmi quasi da commedia wildiana e su un immaginario che rimanda all’Inghilterra vittoriana, mentre l’adattamento introduce la figura ampliata del Custode, servitore apparente del male che si rivela guardiano della bellezza del luogo, disposto a tutto pur di preservare il suo Eden, fino a condensare questa tensione nella parola “AMEN”.
A sostenere questa visione è un cast corale costruito con cura maniacale attorno a Vinicio Marchioni: Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Candida Nieri, Giulia Mazzarino, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino. A ciascuno è affidato il compito di dare una forma fortemente artistica ai personaggi shakespeariani, puntando sul potere performativo del linguaggio più che sulla mera caratterizzazione esteriore. L’indicazione registica è chiara: dare bellezza al male, non bruttezza, ricordando che a tradire il paradiso fu, dopotutto, l’angelo più bello.





