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Angelo Savelli riprende l’irriverente universo di Alfred Jarry con I coniugi Ubu, liberamente ispirato alle opere dell’autore francese e frutto di un progetto condiviso con Vincenzo Cerami, rimasto per anni nel cassetto. La messinscena attinge dalla celebre maschera di Ubu – grottesca, infantile, crudele – per costruire una parodia deformata del Macbeth shakespeariano, contaminata da cabaret, cafè-concerto e surrealismo. In questo impasto linguistico e visivo emergono tanto la vigliaccheria farsesca quanto una feroce satira del potere, che Jarry stesso anticipava come riflesso delle future dittature novecentesche.

Debuttato nel 1896 tra tumulti e scandalo, Ubu re è diventato simbolo del Teatro dell’Assurdo e di un’anarchia scenica senza precedenti. Savelli ne propone una lettura che non cancella la comicità sgangherata, ma vi sovrappone un sottotesto critico che guarda all’“anarchia del potere”, evocata anche da Pasolini. Così, tra neologismi famigerati – come il celebre “Merdre” – e allusioni anti-borghesi, lo spettacolo lascia spazio a interpretazioni divergenti: da gioco infantile a satira sociale, da esercizio linguistico a vuoto significante. Forse, come suggerisce un critico francese, proprio perché non significa nulla, Ubu continua a dire molto.

 

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