Intervista al mentalista Francesco Tesei

 

Francesco, qual è la tua storia? Se il mentalismo non può essere definito un potere sovrannaturale o un gioco di prestigio, allora cos’è? Psicologia? Arte?

Mi piace pensare che il mentalista sia una figura derivante dall’unione delle competenze di uno psicologo, di un esperto di comunicazione e di un illusionista. Un illusionismo differente rispetto a quello di un mago che ha l’abilità di tagliare una donna a metà o di tirare fuori un coniglio dal cappello a cilindro. Si tratta, piuttosto, di una forma d’arte che gioca ad esplorare alcuni meccanismi della mente. Durante il mio primo spettacolo mi sono divertito a esplorare domande come: “Quanto siamo prevedibili e condizionabili nelle nostre scelte?”. Successivamente, ho iniziato ad indagare temi specifici. Durante il secondo spettacolo infatti, The Game, ho sfidato la “fortuna”. Mi sono chiesto se fosse possibile controllarla dato che quest’ultima, per definizione, risulta essere incontrollabile. In fin dei conti ci si accorge di quanto si cerchi di capire non tanto come questa funzioni, ma come ci relazioniamo con essa noi come esseri umani. L’idea è quella di dimostrare che bisogna tornare ad assumersi delle responsabilità personali riguardo a ciò che accade nella nostra vita. Durante il terzo spettacolo invece, Human, ci si chiedeva che cosa ci rendesse umani. Partendo da alcune considerazioni sulla società attuale, sempre più tecnologica e virtuale, quindi falsa e illusoria, questo spettacolo doveva motivare le persone a rivalutare l’importanza di vivere esperienze come quelle che stavano facendo in quel momento a teatro. In seguito, con l’arrivo del Covid_19, paradossalmente la tecnologia ci ha aiutato a riavvicinarci, ma in una situazione del tutto diversa.

 

Sabato 19 febbraio 2022 ti esibirai con Telepathy al Teatro Puccini di Firenze. Ne vuoi parlare? Ci sono differenze rispetto a quando fai gli spettacoli in televisione?

Sì, l’ultimo spettacolo, – scritto durante questi lunghi e difficili mesi -, è Telepathy, che porto al Teatro Puccini di Firenze. Io, come tutti coloro che sono del mio settore, sono stato senza lavorare oltre un anno e mezzo, dato che i teatri erano chiusi. Ho cercato di occupare questo periodo scrivendo questo nuovo spettacolo: mi sembrava assurdo, una volta che sarei riuscito a tornare in scena, portare nuovamente lo spettacolo precedente che, essendo stato scritto prima, ignorava tutto quello che era successo. L’origine del nome “telepatia” deriva dal greco τῆλε (‘distanza’) e πάϑος (‘passione’, intesa sia come “amore” che come “sofferenza”). Telepathy è infatti un titolo indovinato sia per un mentalista, sia per il momento storico che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Una passione condivisa a distanza, e uno spettacolo che vuole accorciare la lontananza tra le persone. Ci sono poi continui riferimenti all’Amleto di Shakespeare, che presentano analogie e similitudini con il periodo in cui viviamo e che sono parte integrante di questo spettacolo. Il mio lavoro è il teatro, mentre la televisione è stato un mezzo importante per farmi conoscere e riuscire a portare le persone ai miei spettacoli. Tra le tante collaborazioni e comparse, ho lavorato anche per una serie TV che portava il mio nome su Sky, però consapevole del fatto che il fruitore finale fosse un telespettatore da casa, e quindi incapace di partecipare fisicamente. Non è stata una sfida semplice, ma sicuramente molto stimolante. Sono arrivato anche alla televisione tramite il teatro, ma non mi sento un personaggio televisivo. Credo che sia questo aspetto a dare concretezza al mio lavoro.

 

Si può leggere la mente anche a distanza, attraverso le parole, o ci deve essere necessariamente un collegamento diretto con gli occhi e con i gesti delle persone?

Mi piace pensare che sia un’esperienza da vivere a contatto diretto: dietro al mondo della comunicazione c’è il para-verbale e il non verbale; persino il silenzio ha la sua voce. Questo accade per il mentalismo, ma anche nei rapporti interpersonali.

 

Immagino che durante gli spettacoli teatrali tu, oltre a leggere la mente, debba in qualche modo intrattenere il pubblico. Come hai imparato queste tecniche? Le hai apprese da qualcuno o semplicemente sono arrivate con il tempo?

Chiaramente c’è anche l’aspetto di intrattenimento, però mi piace pensare di offrire anche qualche spunto di riflessione al mio pubblico. Questo dà anche a me stesso un po’ più di responsabilità. Penso che l’arte sia uno specchio in cui ognuno si riflette: il significato che diamo alle esperienze dipende da noi stessi. Mi piace lanciare delle provocazioni: anche il fatto che so leggere nel pensiero non è da prendere alla lettera. Quando salgo sul palco mi presento con il mio nome (al contrario degli attori), quindi non è chiaro che quello che ho messo in scena è in realtà un personaggio. E in effetti sono io, ma questo genere di spettacolo, fondandosi sull’interazione tra spettatori, ha una forte componente d’improvvisazione. Le persone con cui interagisco non sono d’accordo con me: per dimostrarlo agli eventuali scettici lancio un pupazzo in platea per scegliere casualmente chi dovrà salire sul palco. Il mentalismo non si potrebbe definire arte se fosse finzione. Il gioco di prestigio stupisce, ma rimane un po’ fine a sé stesso. Ho fatto il mago per tanti anni, ma mi sentivo un po’ stretto. Io arrivo al mentalismo dall’illusionismo. A un certo punto della mia vita ho deciso di cambiare rotta appassionandomi alla comunicazione, alla psicologia, all’ipnosi. Strumenti che mi hanno permesso di trovare finalmente la quadra che stavo cercando: uno spettacolo che mantenesse dall’illusionismo il senso di stupore e che ruotasse attorno ai temi del mentalismo che ho citato precedentemente.

 

La tecnica del mentalismo ti influenza, in qualche misura, anche i rapporti interpersonali nella vita privata? Per esempio, se riesci a capire se una persona ti sta mentendo o se sta facendo finta di provare una sensazione che in realtà non prova…

Il mio lavoro si svolge su un palco, di fronte ad un pubblico a cui detto le regole del gioco. La vita non funziona esattamente così anche se, interessandomi di alcuni meccanismi della comunicazione, ho acquisito una sorta di vocabolario utile a decodificare dei segnali trasmessi dalle persone in maniera simile a quello che può fare uno psicologo o uno psicoterapeuta quando parla ai suoi pazienti. L’unica differenza è che io porto la mia performance su un altro livello perché uso anche altri strumenti, compreso quello dell’illusionismo.

 

Di: Ginevra Poli

Foto: HUMAN – Live di Noemi Ardesi; Ritratti-Tesei di Gianluca Colagrossi