LUCIA è un festival internazionale dedicato all’ascolto di opere radiofoniche e di podcast.

LUCIA è suoni, parole, storie collettive, racconti intimi, radio e podcast, realtà e finzione, è storia e presente, tradizione e sperimentazione.

È una festa per celebrare l’arte di raccontare senza immagini. 

Se il 2020 non ci permette di stare insieme, LUCIA torna alla radio!

ON AIR e ONLINE IL 12 E 13 DICEMBRE 2020.

Da Firenze, in diretta streaming da Manifattura Tabacchi e in ascolto su luciafestival.org: due giorni di talk live, digital masterclass, sessioni guidate di ascolto, narrazioni sonore, podcast, curiosità e backstage di produzioni audio da tutto il mondo.

L’edizione 2020 si apre con una certezza: abbiamo bisogno tutti di altre storie, di narrazioni diverse, per conoscere e fabbricare nuovi mondi.

The world is not for the beholding – scrive nel 1977 Jacques Attali – it is for hearing. It is not legible, but audible.

In questa edizione 2020 – in un anno di squilibri catastrofici, naturali, sociali ed emotivi, in un tempo in cui ci siamo aggrappati alla voce per non perdere il mondo esterno e quello degli affetti – ci sembra necessario ribadire l’importanza dell’ascolto come spazio di relazione e di costruzione di senso.

È per questo che il programma di quest’anno raccoglie storie che trascendono i formati narrativi, oltrepassano i confini geografici – ma anche quelli tra umano e non umano, animato e inanimato – sconfiggono silenzi privati e collettivi.

Un microfono è una bacchetta magica, agitata contro il silenzio, insegna Susan Stamberg, break our silence!

È per questo che LUCIA ha selezionato una serie di produzioni audio – radio e podcast – che ampliano le nostre frontiere dell’ascolto e ci portano al confine tra Stati Uniti e Messico, a Kobane, nel Ruanda degli anni ’90, in un albergo occupato lungo la Prenestina, a Roma, in Amazzonia, a Cernobyl, a Calais, ma anche tra le ombre di storie familiari e casi personali.

Lavori che ci invitano ad andare oltre la pura comprensione antropocentrica del mondo e che riconoscono, attraverso l’ascolto, una vitalità e una agentività anche in quegli altri non umani che Timothy Morton chiama strange strangers, negli oggetti, nei paesaggi…e persino nei bot!